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L'identificazione è il sentimento. Cosi, con questa frase lapidaria ci accostiamo alle opere di Dario Ciccalè, un giovane operatore culturale che segna, oggi, all'interno del percorso artistico contemporaneo, un segnale di ordine psicologico e un altro di ordine sociologico, in consonanza con quanto di nuovo si va riscoprendo in arte.
Attivo in scultura e in pittura, è fuori dalle influenze scolastiche, con la sua interdipendenza è giunto a quella vocazione sensoriale che fa di questa sua operazione artistica un fatto ufficialmente riconosciuto dalle “norme”, dalla “cultura” e dalla “pressione” di un gruppo.
Questa personale a palazzo Barberini (Roma), racchiude un intero periodo di lavoro, e non soltanto questo; ma indica ai cultori della materia, agli storici, agli specialisti, come anche il campo dell'arte vada rivisitato all'insegna della psicanalisi.
Tutta la produzione di Dario Ciccalè vive in una particolare “atmosfera di gruppo” e nel suo orientamento socio-psicologico, non molto vivo in verità nell'arte contemporanea, definisce o meglio autodefinisce la nostra natura, quella nostra natura che noi stessi dobbiamo subire.
Dario Ciccalè ha posto in essere qualcosa di allusivo e di fantasmagorico, l'inventario dell'anima, nei suoi elementi più appariscenti, dai cerimoniali ossessivi alle anomalie di comportamento soprattutto nella sfera erotico-sentimentale.
Nevrosi e linguaggio psicanalitico non sarebbero inutili alla giuda critica di tali opere.
Esiste preciso, qui, un discorso sulle passioni e sui desideri umani, su quella che Freud chiamava “libido”; insomma, sull'amore come natura egoistica e antisociale giacché il senso di solidarietà e l'amore fraterno non sono sentimenti primari radicati alla natura umana.
Non è poco se Dario Ciccalè fa leggere ciò nelle sue opere, anzi ce lo indicano come un operatore culturale logico e fin troppo razionale che sotto le influenze delle premesse antropologiche rivela un concetto fondamentale, quello dell'”homo sexualis” contrapposto a quell'”homo oeconomicus” di cui il novecento ne è stato tanto influenzato.
“Ebbene, siamo con Dario Ciccalè alla descrizione del conflitto necessario tra la civiltà da una parte e la sanità mentale e la felicità dall'altra”.
In tale comportamento artistico noi riscontriamo una paura della vita e un profondo fascino della morte, essendo la morte nell'immaginazione dell'artista, un ritorno alla madre terra.
Si vedano nei gruppi bronzei e nelle tele venate di particolari rosa-arancionati, quei “cordoni ombelicali” o anche apparenti segni di un “impulso” come funzione e unione con un'altra persona: siamo in chiave psicanalitica all'amore erotico che nasce dalla separazione e si conclude nell'unione.
Tutte queste possibili chiavi di lettura nascondono anche un segno in un certo senso, tragico. Il segno tragico del mondo contemporaneo.
Visionare le opere di Dario Ciccalè, significa riandare alla nostra prima condizione umana e sociale, al grado zero del bisogno di creare, al miracolo legato alla natura, al sangue, al suolo.
Così tutta l'arte di Dario Ciccalè cresce, si sviluppa, e contribuisce a descrivere questa combinazione di sangue e suolo che è l'uomo, a descrivere le varie fasi di radicamento della storia dell'umanità.
Carlo Farnza
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